Archivio per Ottobre 2006

Come si mangiano gli spiedini nel mio quartiere

Ottobre 25, 2006

Di fianco al negozietto dei dvd taroccati c’è la tappa obbligata al ristorantino musulmano che fa spiedini atomici.
E’ sullo stesso lato della strada del supermercato e della banca quindi non c’è scampo.
Non puoi resistere a quegli spiedini di agnello infuocati. Si sciolgono in bocca (o è la tua bocca che si scioglie?)
Il mio amico Hart non scherza quando dice che a casa sua mangiano piccante.
Anche al ristorantino -che erano dei tipini tosti- lo guardavano con un certo rispetto.

Badachu-Lu (Pekino), luglio 2006.

Digestione Analgesica

Ottobre 25, 2006

Il cielo è bianco sporco, manca di profondità. Il mondo potrebbe finire sospeso un metro sopra i tetti delle case.
Puzza di diesel e freddo umidiccio entrano dalla finestra. Clacson e scorregge di motorini la colonna sonora.
Sono attraversato da circuiti di nevrosi.
Questo pomeriggio cittadino, autunnale all’euro4  mi opprime così tanto che reagisco d’istinto e corro in cucina.
Ci vuole l’effetto analgesico di una digestione ad alta intensità.
Mi guardo intorno, apro il frigo e visualizzo il contenuto,catalogo gli articoli nuovi, aperti o mezzi appassiti. Perquisisco la dispensa, valuto, perizio.
Chiudo gli occhi, inspiro a lungo e metto insieme i pezzi.
Dietro lo zucchero e la farina ho intravisto del pancarré. Nella porta del frigo c’eran due uovi timidi e soli. Insieme ai formaggi una mozzarella.
In una scatola che ho rinvenuto del pangrattato quasi scaduto.
Il latte non manca mai, quindi il puzzle è completo.
Si accende la famosa lampadina.
Ecco cosa può colmare questo alienante senso di vuoto. Un piatto la cui digestione occupi tutte le mie energie fisiche e perché no mentali.

Ingredienti per la Mozzarella in carrozza:
1 mozzarella (tipo quelle di plastica in busta singola 125gr scolate)
8 fette di pancarré
2 uova
pangrattato
olio per friggere
latte

Prendo le fette di pancarré e le bagno da entrambi i lati nel latte. Scolo
Taglio la mozzarella in quattro fettine sottili e le uso per riempire i quattro panini di pancarré
Sbatto le uova da averle omogenee e ci immergo per bene un panino per volta in modo che sia fradicio anche sui lati sennò non incolla.
Impano ogni panino nel pangrattato e opero digitopressioni nei punti interstiziali con cura nipponica in modo da far aderire per benino il tutto. (qui sta il goal dell’intera operazione, se si aprono hai fallito)
Prendo i panini impanati e li friggo in abbondante ma dico abbondante olio molto caldo. Si tratta di saldare, non di cuocere. La mozzarella si scioglie comunque in un attimo.
Quando sono abbronzati li giro e faccio colorare anche il B side.
Asciugo l’unto in eccesso, aggiungo il sale e servo belle calde le mozzarelle in carrozza.

Ne ho preparate tre perché alla quarta di solito stramazzo e non voglio sprechi. Però non ho potuto esimermi dal fare l’infame pallina con l’uovo e il pangrattato avanzati e poi fritta nell’olio gia un po’ stanco.
Le mangio fumanti e leggermente pepate, ad occhi chiusi.
la prima mi pare di aspirarla, mi scivola in gola quasi senza masticare.
La seconda ne apprezzo il gusto, la consistenza, mi tolgo anche la maglia, bevo un sorso d’acqua.
La terza mi fa sudare, e avverto improvvisamente un senso di pace e di stanchezza quando indugio sul polpettino degli avanzi, straunto, fatale.
Dalla strada non arrivano più urti ma suoni ovattati, e nella quiete sento tutto il sangue del mio corpo defluire intorno a stomaco e intestino, e la testa mi si fa pesante.
Guardo fuori a un metro sopra i tetti il cielo che si è ingrigito. Forse pioverà.
Ho come voglia di infilarmi sotto un plaid, semiorizzontale, a sonnecchiare.
Perché va tutto bene.

Lavastoviglie

Ottobre 18, 2006

Il mio amico Max mi sta spiegando la sua politica riguardo ai vestiti nuovi che si compra.

Tutto quello che non conviene lavare in lavatrice lo vende usato dopo una volta che l’ha messo.

Compra al mercato per 5 euro, indossa una volta e rivende per 7 euro.

Questo era un esempio.

Le cineserie tessili non costano nulla, le tintorie italiane si. Fai due piu due.

Mi dice che la stessa stupida maglietta pulita della bancarella, acquista valore stropicciata e macchiata. La gente che ci piace vestirsi di usato apprezza che lui la roba gliela venda sporca

Da’ questa forte impressione di vero, di reale.

Ma mica so’ macchie virtuali mi dice, alcune sono indelebili come la mia fede juventina dice. È romano, neanche a dirlo. Sua madre comprava il thè in bustina e dopo averlo usato rompeva le bustine lo asciugava e lo rivendeva sfuso in barattoli. E’ figlio d’arte.

Mi dice tutto questo mentre scarica la lavastoviglie ancora fumante di vapore del lavaggio.

I piatti e i bicchieri puliti sono caldissimi ed è difficile tenerli in mano.

Poi tra le stoviglie lavate sbuca un tupperware tutto appannato. Mi guarda sorridendo e mi fa, ecco il pranzo, bello caldo.

Incredulo tolgo il coperchio di gomma e vedo placide due orate in umido che mi fanno l’occhiolino mentre un balsamico profumo di salvia e capperi si solleva nell’aere.

Mi dice è solo una questione di polivalenza. Mi prende per una spalla, ma lo sai a che temperatura è l’acqua della lavastoviglie? Ci puoi cuocere un botto di cose mentre lavi i piatti.

Ci puoi scaldare il pranzo. Puoi sodarci le uova.

E’ la micro cogenerazione capillare che ci salverà amico, non il teleriscaldamento.

Lo guardo attento, non voglio perdermi neanche una parola. 

Lui pulisce il pesce e si asciuga le mani nei pantaloni, sorride e mi fa domani questi li vendo a 10 euro, hanno addosso tutto il fascino del porto.  

BuoniBenzina (testimonianze dal futuro presente)

Ottobre 9, 2006

Nessuno voleva i buoni benzina.

Sempre più spesso infilavano quei blocchetti all’interno della cosidetta retribuzione.

Di solito facevano capolino nelle tristi buste paga al posto di un aumento vero e proprio.

Conviene a te, conviene a me.

C’erano meno soldi in giro e i Buoni sembravano la cartamoneta argentina dei tempi d’oro, quei biglietti che il regime emetteva in stile tipicamente editoriale: valevano la settimana corrente, poi potevi incartarci il pesce.

La maggior parte delle persone cercava di giocarseli come chance di valuta, cercando di pagare coi buoni carburante ma dalla reazione della gente, sembrava fossero radioattivi, che dico, sembrava di pagare offrendo in cambio merda.

Andavi dal panettiere, allungavi timido un deca dell’agip e quello ti guardava storto.

Erano l’unica cosa che si svalutava più in fretta dell’euro per un geniale meccanismo economico a effetto centrifugo.

La chiamavano crisi petrolifera.

Qualche anno prima con un buono agip si andava in giro una settimana, ora potevi cercarci parcheggio o al limite cambiarlo per un kebab.

I buoni pasto servivano per il pagamento di qualunque forma di lavoro strordinario, retribuzione eccezionale, rimborso spese, premio aziendale.

I contratti venivano ritoccati allo scadere con aggiunte di blocchetti di buoni di diversi tagli o col licenziamento.

Less money less troubles, come recitava la nenia dei commercialisti suicidi.

Coi buoni pasto si andava anche in vacanza, sennò gli alberghi avrebbero chiuso.

I buoni pasto li prendevano in farmacia.

Vennero coniati speciali buonini, di piccolo taglio. per dare i resti senza dover scrivere complicate e contraffabili ricevute, e senza correre il rischio di smollare i dobloni, tutti ancora così attaccati al concetto di Moneta.

Proprio in quei giorni, gli ex-operai Fiat più intraprendenti si organizzavano nel nuovo Consorzio per la gestione dei Premi-bollini.

Una massaia oculata poteva ricaricare il venti per cento dei soldi spesi al supermercato investendo bene nei bollini. L’idea era stata partorita dal ministro del tesoro nell’ambito del Progetto per supportare l’economia domestica delle famiglie: un vademecum omnicomprensivo dal titolo:

“cacciatori-raccoglitori, adattarsi all’ambiente nell’era post-industriale”.

La seconda release, includeva anche il saggio di microeconomia “come aprire un sushi bar con una sovvenzione ONU”

I bollini avevano più corso legale dei soldi di carta ma sapevano di vecchio west: i premi erano fino ad esaurimento scorte,e per l’appunto più che di un amministrazione ritiro regali si trattava del racket della consegna premi. Se vincevi il servizio da dodici, tre piatti al consorzio degli ex-operai. Oppure potevi lasciargli tutto il servizio in conto vendita per la metà del valore di mercato rimborsata sull’unghia con comodi buoni benzina. In pratica corsi avanzati di matematica finanziaria per le massaie e buoni margini di profitto per il consorzio.

I crediti telefonici erano gestiti da operatori finanziari specializzati in inside trading e nichilismo economico.

Un bravo broker, aprendo contratti sempre nuovi per sempre nuove compagnie e approfittando delle offerte, poteva accumulare piccole fortune in buoni telefonata, da spacciare al dettaglio nei phone center più mafiosi. Se volevi telefonare in amazzonia alla tua famiglia conveniva quel cellulare a microonde più delle carte prepagate.

Una compagnia telefonica poteva decidere in un solo giorno di regalare milioni di euro di telefonate omaggio a scopo di marketing. Contrattate e rivendute erano pere inflazionistiche che entravano in circolo con effetti da diabete bancario.

La benzina non la voleva più nessuno. Costava troppo

Gli zingari capirono qualcosa e invece di continuare a vivere nella monnezza incominciarono a farci il business, differenziando e rivendendo. Poi si accorsero che la gente buttava via roba che ancora funzionava e a quel punto fu mercato: diventarono ricchissimi in un attimo e incominciarono quasi subito spararsi con gli Import cinesi che dicevano le discariche sono un bene tornate al vostro paese zingari di merda. L’effetto secondario fu una spaccatura in più fazioni all’interno del partito xenofobo su quale gruppo etnico fosse più odioso e pericoloso e quale più docile e ammaestrabile. Ci fu pure qualche genio del male che ipotizzava una mescita di armi a una delle due fazioni in campo, per accellerare l’estinzione dell’altra, con trepido piglio  fascista da intelligence Usa.

La benzina non la voleva più nessuno.

Padri di famiglia bruciavano stop e semafori pur di farsi ritirare la patente, al meglio il sequestro del mezzo. Per non pensarci più.

Per non avere più scelta tra macchina o cibo e arrendersi finalmente alla collettività, magari svendendo buoni parcheggio sui tram stracolmi di neopedoni.

Il sistema era così alle pezze che per rilanciare i consumi le Grandi Case si erano lanciate nella “politica di vendita totale”: qualunque tipo di prodotto immaginabile era recapitato a domicilio senza sovrapprezzo pagabile in comode rate con il primo mese di prova che senontipiaceecambiidea selovengonoariprendereloro.

I più furbi si abituavano a trattare benissimo le cose che avevano in casa e a cambiarle una volta al mese. Chi proprio non ce la faceva a conservare imballo, scontrini e garanzia si meritava di pagarle.

In quasi tutti i benzinai  facevi il pieno gratis se rottamavi una bicletta, purchè avesse tutte e due le ruote e manubrio. Poi si scoprì che i cinesi vendevano biciclette a meno del prezzo di una pizza e interruppero l’offerta rottamazione cicli.

Ogni prodotto acquisito ti includeva in una calorosa famiglia sempre presente. Newsletter periodica, catalogo a casa, offerte telefoniche, cartoline e auguri di compleanno col nome scritto a penna da un vero computer strabico.

La tua famiglia degli amanti del pane, la tua famiglia di bevitori di acqua frizzante, la tua famiglia di ascoltatori di musica sony.

I buoni pasto li accettavano anche da ikea ma il resto era dato in BCI di piccolo taglio (buoni credito ikea), per ogni acquisto un gatto in omaggio.

                     -Bastava solo riempire il modulo coi propri dati-