The Grand Vizier’s Chicken Party

Descrizione:
Il Grand Vizier’s Chicken Party è un piatto unico, composito ma
non disomogeneo (gli spagnoli lo chiamerebbero forse plato
combinado) a base di pollo e riso thai. Ottima scelta per una
cena conviviale, la preparazione è laboriosa ma non per questo
complicata; ottimo in tutte le stagioni, l’ideale è consumarlo in
una cena con vista sul tramonto, accompagnato da un buon vino
rosso leggero. Importato in Gran Bretagna da immigrati turchi a
metà novecento, era il piatto preferito dei musicisti inglesi Pink
Floyd nel periodo in cui componevano il loro album più
sperimentale e di ricerca: Ummagumma. Pochi anni dopo (era il
1975) i quattro rockettari incidevano la loro canzone più famosa,
Wish you were here, nuovamente ispirati da una cena a base di
Grand Vizier’s Chicken Party. Quella sera il tavolo era
apparecchiato per cinque ma un posto rimase vacante.
Sinossi:
Ai tempi in cui il piatto fu inventato, il Gran Visir era solito
invitare a cena dignitari di corte e ricchi commercianti presso la
sua dimora: sede di questi banchetti leggendari era il giardino
della grande villa. Quando il Visir dava una festa, era normale
aspettarsi più di duecento invitati e di regola si aveva musica,
cibo, bevande e danze sempre abbondanti e stupefacenti. Parte
del prestigio di cui godeva il Primo Ministro derivava dalla
capacità di organizzare eventi di tale caratura, che spesso erano
teatro di incontri diplomatici e accordi economici dai quali
dipendeva l’assetto del Paese. Molto più di rado, quando un
tramonto era particolarmente struggente e il cuore da politico e
uomo di Stato del Gran Visir si scopriva malinconico, Egli
diveniva pensieroso e sceglieva allora di cenare nell’intimità
della sua cerchia di stretti collaboratori, con rito abbreviato e
assenza di formalismi. Faceva quindi convocare il cuoco
ordinandogli ogni volta di preparare un piatto che riassumesse
l’esuberanza e la ricchezza di un banchetto in un unica portata,
che carezzasse il palato senza tramortirlo con gli eccessi delle
spezie e recasse i profumi genuini delle case del popolo, nei
giorni di festa. Questa ricetta in particolare gli piacque così tanto
da divenire il piatto fisso di quelle serate. Ogni volta che Il
sultano lo strapazzava troppo, che la situazione politica ed
economica lo rendeva cupo e taciturno o che un qualche
inspiegabile cruccio gli negava il sorriso o peggio ancora il
sonno, lui ordinava al suo chef di preparagli quello che oggi è
noto come il Grand Vizier’s Chicken Party, da servire in quattro
piatti: uno per lui e gli altri 3 per i suoi fedelissimi: la guardia
del corpo, l’astrologo e segretario personale e il suo affezionato
medico guaritore.
Una quinta porzione doveva essere preparata e tenuta a parte
nelle cucine, in uno scaldavivande costruito apposta, che
ricordava un altare votivo. Il piatto in più restava in caldo tutta
la notte e la mattina dopo il Gran Visir lo mangiava ormai
tiepido, con il viso corrucciato, lo sguardo distante e in perfetta
e totale solitudine. Questa era l’unica stranezza che l’importante
politico si concedeva nella sua vita dedicata alla ragione di Stato
e totalmente consacrata al servizio del Sultano.
Oggi sappiamo il motivo di quel piatto in più, grazie alla
testimonianza scritta restituitaci dal diario personale del
segretario-astrologo del Gran Visir: nelle sue memorie il vecchio
burocrate e ciarlatano ricorda come un giorno, facendo ordine
tra varie carte e documenti, incappò in un foglietto manoscritto
dal suo padrone:
“18 maggio 1810. Nuovamente i colori del tramonto risvegliano in
me quel ch’è solo sopito, quell’antica ferita ancora viva nel mio
animo. Oh mia amata lontana, è il tuo cuore perduto? Anche stasera
farò preparare una pietanza speciale apposta per te e ne farò tenere
in caldo un piatto. E non importa se il Sultano mi vuole a corte per i
suoi capricci, stasera cenerò coi miei amici e aspetterò te, l’ospite
insperato.”
Ingredienti: (per 4 persone)
- 10 cosce di pollo (solo i fusi, senza sovracoscia)
- 6 peperoni quadrati (3 rossi e 3 gialli, usarne 4 se sono molto
grossi)
- patate
- carote
- 1 testa d’aglio
- rosmarino
- olio extravergine di oliva
- riso thai
- peperoncino
- sale
Tempo di cottura: 2 ore
Tempo di preparazione: 30 minuti
1- Entrance
Riscaldare il forno a 200 gradi (in modo che scaldi sia sopra che
sotto, non importa che sia ventilato). Mentre raggiunge la
temperatura, lavare e tagliare i peperoni, le carote e le patate in
uguali proporzioni. Le tre verdure cuoceranno insieme e devono
quindi essere trattate di conseguenza: più lente a cuocere, più
piccoli i pezzi; si otterranno così piccoli pezzi di carota,
fettuccine di peperone un po’ più grandi (se il peperone lo si fa
troppo piccolo finirà per smembrarsi) e pezzi di patata più
grandi ancora. Sbucciare quindi una decina di denti d’aglio
lasciandoli interi. Ungere una teglia abbastanza grande e coi
bordi alti e riempirla con le verdure tagliate, l’aglio, il sale (un
cucchiaino), il rosmarino tritato o sminuzzato con la mezzaluna
e il peperoncino tritato (poco peperoncino e senza semi, deve
lasciare quasi solo profumo). Aggiungere 3-4 cucchiai d’olio e
appoggiare le cosce di pollo sopra le verdure.
Infornare a 200 gradi e cuocere per 50 minuti, poi estrarre la
teglia dal forno e rivoltare le cosce in modo da ultimarne la
cottura dalla parte rimasta umida e a contatto con le verdure.
Rimettere nel forno e cuocere a 220 gradi per altri 40 minuti (la
pelle delle cosce e le verdure più in superficie devono colorarsi
e abbrustolire).
2- Entertainment
Ultimata la cottura in forno, estrarre la teglia e mettere da parte
(in caldo) le cosce di pollo e le verdure cotte.
Sul fondo della teglia si trova il sugo creato dall’acqua delle
verdure, l’olio e il grasso del pollo. Filtrare grossolanamente il
sugo e metterlo in una casseruola, aggiungere 2 cucchiaiate delle
verdure cotte nella teglia. Con un mixer a immersione frullare il
sugo con le verdure in modo da ottenere un liquido omogeneo,
metterlo sul fuoco e fare restringere fino ad ottenere la
consistenza di una crema (gli amidi della patata aiuteranno a
dare consistenza mentre la carota conferirà un colore gradevole
all’intingolo, il peperone dovrebbe vincere il Nobel quindi non
sto neanche a spiegarne la funzione). In una pentola antiaderente
e precedentemente unta con olio extravergine, versare 4
bicchieri di riso thai e 3 cucchiai d’olio. Far soffriggere e tostare
il riso su fuoco moderato per un minuto. Aggiungere 5 bicchieri
di acqua e un cucchiaino di sale, portare il fuoco al minimo e
coprire con un coperchio. Far cuocere il riso per 10 minuti o
finché l’acqua non è assorbita e il riso cotto.
3- Exit
Una volta pronto il riso, disporlo nei piatti in piccoli monticelli
compatti. Versare su ogni piatto l’intingolo fatto restringere così
da impregnare il riso thai, ancora bianco e scondito.
Guarnire la cornice dei piatti con le verdure al forno e
appoggiare su ogni monticello di riso 2 cosce di pollo, disposte
in maniera speculare. Preparare un piatto in più (per l’ospite
insperato) e rimetterlo nel forno spento ma ancora caldo.

GLOBETROTTER DIRTY CHICKEN


Ingredienti: (per 4 persone)
4 cosce di pollo disossate
1 bottiglia di salsa di soia
1 testa d’aglio
1 bicchiere di vino bianco fermo
- zucchero di canna
- peperoncino e pepe nero
- semi di cumino
- foglie di salvia
- olio extravergine di oliva
Tempo di cottura: 5 minuti
Tempo di preparazione: 20 minuti (più 2 ore per la marinatura)
Descrizione:
Un piatto figlio della globalizzazione, frutto di una cucina 2.0
che disconosce i confini e non subisce jet lag. Fusion senza
essere fichetto, interpreta e tramanda la simmetrica saggezza
giapponese, il misticismo indiano e il sensuale calore caraibico
delle spezie di Giamaica. Questa è la pietanza che avrebbero
servito al 60esimo compleanno di John Lennon.
Esecuzione:
Preparazione della salsa teriyaki
Scaldare insieme su fuoco basso 1 bicchiere di salsa di soia, 1
bicchiere di vino bianco e 3 cucchiai di zucchero di canna. Far
sciogliere lo zucchero al calore del fuoco e mantenere la salsa in
ebollizione (mescolando) fino a farla leggermente restringere.
Togliere la salsa teriyaki dal fuoco e aggiungere gli spicchi
d’aglio sbucciati e tagliati a metà, il pepe e il peperoncino sia
tritati che interi in quantità a piacere (Il piatto è inteso per essere
piccante) foglie di salvia pestate o tagliuzzate e un cucchiaio da
cucina di semi di cumino tritati sul momento.
Marinatura
Praticare delle incisioni nelle cosce di pollo con un coltello
affilato in modo da permettere alla marinatura di impregnare al
meglio la carne. Immergere il pollo nel teriyaki e lasciarlo a
bagno per 2 ore. (se non fa troppo caldo è consigliabile lasciarlo
fuori dal frigo)
Cottura
Al momento della cottura riscaldare una piastra o una buona
padella antiaderente al massimo calore possibile. Rovesciare 2
cucchiai di olio, 1 cucchiaio di zucchero di canna e 1 cucchiaio
di salsa teriyaki sulla piastra. Non appena lo zucchero inizia a
caramellare buttare le cosce di pollo (attenzione al feedback di
lapilli ustionanti che potrebbe verificarsi). Cuocere per pochi
minuti (5) da entrambi i lati a fuoco vivo . Rovesciare sulla
carne in cottura cucchiai di salsa man mano che si asciuga
(particolarmente importante se il piatto viene performato sulla
griglia che non trattiene gli umori del pollo e il suo sugo).
Servire con accompagnamento di riso basmati o thai cotto al
vapore. Il resto della salsa della marinatura può essere rimesso
sul fuoco in un pentolino e fatto restringere ulteriormente per
ottenere un intingolo da servire sul riso o in aggiunta al pollo.
Vino consigliato:
Questo piatto rappresenta un vero assalto sensoriale e va quindi
innaffiato con un vino che gli tenga testa (vini rossi forti e
corposi, miglior candidato un Barbera Superiore da almeno 14
gradi). In alternativa, considerato che il pollo rimane
notevolmente piccante, fiumi di lager gelida, leggera e poco
gasata, all’allemagna.
Note:
Il Globetrotter dirty chicken rende al meglio se cucinato per la
persona che si ama. In una situazione di insostenibile tensione
sessuale, le 2 ore di marinatura vi daranno il tempo per spegnere
la fregola con un amplesso in cucina nel caso in cui il dopocena
sembri maledettamente troppo remoto per riuscire a trattenersi.
(Occhio comunque a dove finiscono le dita che han toccato il
peperonzino…)

EGG IN THE BASKET

When the punk attitude meets aesthetics…

This recipe may easily become your favorite sunday breakfast!

You only need some sandwich loaf, one egg, butter and a glass.

Cut off a hole from the bread using the glass. Now start frying the bread slice in the butter and when the first side is done, flip it upside down and crack the egg into the hole. Remember to use a lot of butter (Mmm!) and a good frying pan to be sure the egg is not going to stick with the pan. Stop cooking when the yolk is half-baked.

Yummy & funny, delicious & nutritious, eggs in the basket fit my taste and please my mind!

BLOODY BEET EGGS!

Well, it’s not that punky, but still appreciable: from the old traditional Pennsylvania Dutch recipes, an Easter pickling favorite, revisited my way:

1 cup of cider vinegar

½ cup of water

½ sliced white onion

1 boiled beetroot, sliced.

1 tablespoon of sugar

1 teaspoon of salt

Sage leaves

Blackpepper corns

1 Red chili (ground if you want to boost the bite)

Put all the stuff in a saucepan, bring to boil and cook for 10 minutes. Let it cool down.

Hard-boil 18 quail eggs (or 6 normal eggs if you are not into egg shelling & peeling).

Shell the eggs, put them in a sealable glass jar and fill it up with the pickling sauce.

Be sure the pickling sauce totally covers the eggs [no air means no pain!] Put in refrigerator for at least 3 days. The funny part is the color the eggs will take from the beets, turning pink-red.

Enjoy!

Maple Syrup Cold Snack (Stecco di sciroppo d’Acero) [MAPLE TAFFY-TIRE D'ERABLE]

La bandiera del glorioso stato del Canada ha una rossa foglia d’acero, il prodotto nazionale più tipico e famoso è lo sciroppo d’acero (Maple syrup).

Ora, di per sè già il modo in cui viene ottenuto lo sciroppo d’acero  è decisamente punk e gli varrebbe da solo un posto d’onore in questo blog. Quando arriva la primavera e la temperatura finalmente giunge al disgelo, la linfa si scongela e ricomincia a scorrere sotto la corteccia, vengono praticati dei buchi nel tronco dell’albero e sanguisugato il prezioso succo.

In confronto il lavoro che fanno le api per produrre il miele è un processo fortemente elaborato. Con lo sciroppo d’acero no, trapana e succhia et voilà, siamo le zanzare dell’acero. Considerando il risultato abbiamo un altra dimostrazione di come le cose semplici e punk spesso sono le migliori.

A Québec city sono gente ruvida, tutta d’un pezzo. Se vogliono uno snack veloce da mangiare gli basta coniugare lo sciroppo d’acero col secondo prodotto nazionale canadese: la neve.  Voglio dire, che altre ricette conoscete a parte qualche cocktail improvvisato in cui si usa la neve???

!! Salsiccia di pesce !! (betaversion 1.0)

Qualche tempo fa è passato da casa nostra il Comandante. Arrivava dritto dritto dal laboratorio magico con un nuovo esperimento culinario appena preparato e da testare.

La spiegazione? Avevo del budello di maiale lì avanzato e l’accostamento cromatico del tonno rosso e il merluzzo bianco mi ha acceso la lampadina.

Ecco perché una salsiccia di pesce. Ben consapevoli della solennità del momento, dell’importanza sul piano storico del nostro gesto, e di tutte le implicazioni etiche e perché no estetiche della questione, si è acceso il gas e proceduto senza indugio al collaudo.

Cucina Molecolare

L’altro giorno ero dalla mia dentista in sala d’attesa, aspettando il mio turno colmo di fatalismo.

Considerato che dal dentista uno ci va per farsi guardare in bocca, è sconveniente presentarsi ciucchi a causa dell’alito, idem per l’idea di andarci fusi come coccodrilli reggae. Niente da fare, o prendi un calmante (mossa stupida) o ci vai sobrio e terrorizzato.

Ero lì che mi gingillavo con le riviste da un milione di dollari che trovi sempre dalla mia dentista da un milione di dollari, e leggevo di vacanze e viaggi da milionari e grandi chef per nuove grandi tendenze. Mentre il mio stomaco si ulcerava di paura per l’imminente otturazione (la chiamano otturazione ma prima viene la trapanazione, non scordiamolo) mi cade l’occhio sulla moda culinaria del momento pinzata tra due pubblicità di orologi da milioni di dollari.

Cuisine moleculaire, cucina molecolare.

Leggo che i grandi grandissimi chef stanno esplorando nuove frontiere del gusto alla ricerca di sempre nuovi sapori e aromi, di tecniche di cottura innovative dal punto di vista nutrizionale, rivoluzionarie dal lato fisico-chimico.

Quel che è successo dopo è troppo nero da rivangare, ricordo solo che chiamano il mio nome e mi ritrovo sdraiato su un lettino cyberpunk pieno di bracci robotici mentre un orribile mano di dentista siringata si avvicina alle mie gengive.

E poi luci abbaglianti, suoni ovattati, urla nella notte.

Più tardi, davanti al monitor, fumo una sigaretta con metà faccia, parlo con metà faccia e sorrido con metà faccia. L’altra metà è paralizzata dalla tripla iniezione anestetica che mi sono fatto somministrare sul lettino nazista. Sono tre ore che sono uscito e ancora non passa, se provo a bere un bicchier d’acqua devo stare attento a non sbrodolare che non controllo metà bocca. Che tristezza.

Vago su internetto, e scopro con disappunto che la cucina molecolare ancora non è una scuola, una filosofia, un paradigma. Niente, macchè. Niente piu di un intuizione, una direzione verso la quale tendere, un idea.

Online ci sono gli stessi dieci articoli tutti ispirati uno dall’altro con gli stessi tre piatti riportati come esempio. Tutti rivendicano la paternità dell’idea. Dalla Francia all’emilia e allora se ancora non ci sono testi sacri o uniche vie da percorrere, c’è spazio per improvvisare, per manovrare e sperimentare.

La lingua mi passeggia sui molari feriti, indugia sulla mia fresca otturazione mentre riordino le idee. Un salto al supermercato sotto casa e una corsa all’università di chimica, a trovare il mio esimio collega nel suo laboratorio color gialloneonstanco tra le sue polveri e i suoi polimeri.

Arrivo mentre beve caffè della macchinetta sulle scale antincendio del laboratorio. Ciao vecchio, oggi si cucina molecolare, dobbiamo emulare i grandi chef di francia.

Impostiamo una scenetta becera per sviare due borsiste che proprio non ce la fanno a farsi i vetrini loro, gli contiamo una cazzata e guadagnamo la privacy richiesta per questo genere di esperimenti.

Che di solito richiedono un agitatore magnetico e 4 tuorli messi a montare con 150 grammi di zucchero. Sempre seguendo importanti norme di sicurezza per l’ambiente di lavoro e indossando un camice bianco prestatomi all’occorrenza, allungo il composto con 150 ml di panna e 250 di latte intero. Metto al palo l’agitatore magnetico e lascio che la brodaglia si monti di nuovo un po’.

A questo punto ci vorrebbe una macchina del gelato che in 25-30 minuti trasforma il tutto in squisita crema.

Guardo il mio amico negli occhi: se funziona per togliere le verruche…

Con rullo di tamburi apriamo il thermos criogenico e rovesciamo una litrata di azoto liquido a –196 gradi sul nostro brodino, l’azoto sublima al volo e in 25-30 secondi otteniamo un gelato perfetto, diabolicamente cristallizzato e incredibile e dirsi e a provarsi, non ghiacciato. Non fa male ai denti nonostante la spumosità totale e l’incredibile resa in volume. Il segreto è nel congelamento istantaneo del liquido. Si formano microcristalli da 8 micron, così piccoli che non trasmettono la sensazione di freddo che confonde i gusti.

Il miglior gelato del mondo, mentre il ricercatore indiano ci dice in inglese that_icecream_is_great_never_tasted_nothing_like_this_mmmmmmmm_mm_m

tuffiamo spicchi di arancia e mela nell’azoto liquido per poi ritrarli croccanti come appena fritti.

Altro che polimeri e plastiche, qui si gode come checche in un bagno turco.

Mentre l’onda dell’entusiasmo ci porta ad ignorare una dopo l’altra tutte le norme di sicurezza antinfortunio, mentre misteriosamente spuntano fuori due bottiglie di spumantazza avanzate dall’ultimo congresso, è ora di misurarsi con la cottura ad alcool delle uova. Cito testualmente dalle fonti: l’alcol ha il potere di coagulare le proteine dell’uovo senza alterarne il sapore e si può così ottenere un uovo solido come se fosse cotto mantenendogli la leggerezza e i sentori del crudo.

Mitico

Il professore di ruolo benedice questa nuova ricerca sul campo versando un goccio di azoto nello spumantino che per magia si fa sorbetto e pure buono a onor del vero.

Chiaramente noi si usa solo il top, quindi optiamo per una cottura delle uova nell’etere puro.

Mentre il tutto caglia nel nuovo superesperimento di uovo sodo crudo, impostiamo un mix di zuccheri a base di glucosio.

Sembra che friggere nello zucchero sia il massimo del massimo:

…Si può cuocere il pesce in una miscela di zuccheri fusi, anziché nell’olio, e scoprire che il nuovo “liquido di frittura” dimezza i tempi di cottura e che la sua densità e viscosità permettono di trattenere l’umidità all’interno del pesce. Perché non sia dolce, basta avvolgerlo in due foglie di porro…

Ci spostiamo sotto la cappa da laboratorio, quella che aspira i vapori velenosi come un buco nero e al posto del porro usiamo foglioloni di vite di quelli grossi che ci si avvolge di solito il pecorino romano. Per controllare la temperatura utilizziamo un termometro digitale al laser che non sgarra di mezzo grado e friggiamo nel glucosio-saccarosio del laboratorio delle sardine celestiali che richiamano di nuovo l’indiano che sbuca famelico con occhi da gatto, ci aveva lasciati un po’ intristito per una reazione in sospeso quando ha visto che trafficavamo con alcool e uova (è indiano musulmano).

Et voilà la cucina molecolare, grande nuova moda da ristorante importante. Nuove frontiere a metà strada tra salutismo e ghiottoneria, tra fisica e chimica: come i materiali che studiano nel bunker al neongiallo.

Tornato a casa sazio e pago, guardo con affetto il mio vecchio microonde che da quando è nato è stato sempre la pecora nera della cucina, emblema del cibo trash e del connubio freezer-piatto senza passare dai fornelli.

In fondo lui è il capostipite della cucina molecolare, come le avanguardie artistiche è talmente avanti che ancora nessuno lo ha capito.

Come si mangiano gli spiedini nel mio quartiere (BADACHU-LU)

Di fianco al negozietto dei dvd taroccati c’è la tappa obbligata al ristorantino musulmano che fa spiedini atomici.

E’ sullo stesso lato della strada del supermercato e della banca quindi non c’è scampo.

Non puoi resistere a quegli spiedini di agnello infuocati. Si sciolgono in bocca (o è la tua bocca che si scioglie?)

Il mio amico Hart non scherza quando dice che a casa sua mangiano piccante.

Anche al ristorantino -che erano dei tipini tosti- lo guardavano con un certo rispetto.

Badachu-Lu (Pekino), luglio 2006.

Digestione Analgesica

Il cielo è bianco sporco, manca di profondità. Il mondo potrebbe finire sospeso un metro sopra i tetti delle case.

Puzza di diesel e freddo umidiccio entrano dalla finestra. Clacson e scorregge di motorini la colonna sonora.

Sono attraversato da circuiti di nevrosi.

Questo pomeriggio cittadino, autunnale all’euro4  mi opprime così tanto che reagisco d’istinto e corro in cucina.

Ci vuole l’effetto analgesico di una digestione ad alta intensità.

Mi guardo intorno, apro il frigo e visualizzo il contenuto,catalogo gli articoli nuovi, aperti o mezzi appassiti. Perquisisco la dispensa, valuto, perizio.

Chiudo gli occhi, inspiro a lungo e metto insieme i pezzi.

Dietro lo zucchero e la farina ho intravisto del pancarré. Nella porta del frigo c’eran due uovi timidi e soli. Insieme ai formaggi una mozzarella.

In una scatola che ho rinvenuto del pangrattato quasi scaduto.

Il latte non manca mai, quindi il puzzle è completo.

Si accende la famosa lampadina.

Ecco cosa può colmare questo alienante senso di vuoto. Un piatto la cui digestione occupi tutte le mie energie fisiche e perché no mentali.

Ingredienti per la Mozzarella in carrozza:

1 mozzarella (tipo quelle di plastica in busta singola 125gr scolate)

8 fette di pancarré

2 uova

pangrattato

olio per friggere

latte

Prendo le fette di pancarré e le bagno da entrambi i lati nel latte. Scolo

Taglio la mozzarella in quattro fettine sottili e le uso per riempire i quattro panini di pancarré

Sbatto le uova da averle omogenee e ci immergo per bene un panino per volta in modo che sia fradicio anche sui lati sennò non incolla.

Impano ogni panino nel pangrattato e opero digitopressioni nei punti interstiziali con cura nipponica in modo da far aderire per benino il tutto. (qui sta il goal dell’intera operazione, se si aprono hai fallito)

Prendo i panini impanati e li friggo in abbondante ma dico abbondante olio molto caldo. Si tratta di saldare, non di cuocere. La mozzarella si scioglie comunque in un attimo.

Quando sono abbronzati li giro e faccio colorare anche il B side.

Asciugo l’unto in eccesso, aggiungo il sale e servo belle calde le mozzarelle in carrozza.

Ne ho preparate tre perché alla quarta di solito stramazzo e non voglio sprechi. Però non ho potuto esimermi dal fare l’infame pallina con l’uovo e il pangrattato avanzati e poi fritta nell’olio gia un po’ stanco.

Le mangio fumanti e leggermente pepate, ad occhi chiusi.

la prima mi pare di aspirarla, mi scivola in gola quasi senza masticare.

La seconda ne apprezzo il gusto, la consistenza, mi tolgo anche la maglia, bevo un sorso d’acqua.

La terza mi fa sudare, e avverto improvvisamente un senso di pace e di stanchezza quando indugio sul polpettino degli avanzi, straunto, fatale.

Dalla strada non arrivano più urti ma suoni ovattati, e nella quiete sento tutto il sangue del mio corpo defluire intorno a stomaco e intestino, e la testa mi si fa pesante.

Guardo fuori a un metro sopra i tetti il cielo che si è ingrigito. Forse pioverà.

Ho come voglia di infilarmi sotto un plaid, semiorizzontale, a sonnecchiare.

Perché va tutto bene.

Lavastoviglie

Il mio amico Max mi sta spiegando la sua politica riguardo ai vestiti nuovi che si compra.

Tutto quello che non conviene lavare in lavatrice lo vende usato dopo una volta che l’ha messo.

Compra al mercato per 5 euro, indossa una volta e rivende per 7 euro.

Questo era un esempio.

Le cineserie tessili non costano nulla, le tintorie italiane si. Fai due piu due.

Mi dice che la stessa stupida maglietta pulita della bancarella, acquista valore stropicciata e macchiata. La gente che ci piace vestirsi di usato apprezza che lui la roba gliela venda sporca

Da’ questa forte impressione di vero, di reale.

Ma mica so’ macchie virtuali mi dice, alcune sono indelebili come la mia fede juventina dice. È romano, neanche a dirlo. Sua madre comprava il thè in bustina e dopo averlo usato rompeva le bustine lo asciugava e lo rivendeva sfuso in barattoli. E’ figlio d’arte.

Mi dice tutto questo mentre scarica la lavastoviglie ancora fumante di vapore del lavaggio.

I piatti e i bicchieri puliti sono caldissimi ed è difficile tenerli in mano.

Poi tra le stoviglie lavate sbuca un tupperware tutto appannato. Mi guarda sorridendo e mi fa, ecco il pranzo, bello caldo.

Incredulo tolgo il coperchio di gomma e vedo placide due orate in umido che mi fanno l’occhiolino mentre un balsamico profumo di salvia e capperi si solleva nell’aere.

Mi dice è solo una questione di polivalenza. Mi prende per una spalla, ma lo sai a che temperatura è l’acqua della lavastoviglie? Ci puoi cuocere un botto di cose mentre lavi i piatti.

Ci puoi scaldare il pranzo. Puoi sodarci le uova.

E’ la micro cogenerazione capillare che ci salverà amico, non il teleriscaldamento.

Lo guardo attento, non voglio perdermi neanche una parola.

Lui pulisce il pesce e si asciuga le mani nei pantaloni, sorride e mi fa domani questi li vendo a 10 euro, hanno addosso tutto il fascino del porto.