Maple Syrup Cold Snack (Stecco di sciroppo d’Acero)

Febbraio 27, 2008 by flavioponzio

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La bandiera del glorioso stato del Canada ha una rossa foglia d’acero, il prodotto nazionale più tipico e famoso è lo sciroppo d’acero (Maple syrup).

Ora, di per sè già il modo in cui viene ottenuto lo sciroppo d’acero  è decisamente punk e gli varrebbe da solo un posto d’onore in questo blog. Quando arriva la primavera e la temperatura finalmente giunge al disgelo, la linfa si scongela e ricomincia a scorrere sotto la corteccia, vengono praticati dei buchi nel tronco dell’albero e sanguisugato il prezioso succo.

In confronto il lavoro che fanno le api per produrre il miele è un processo fortemente elaborato. Con lo sciroppo d’acero no, trapana e succhia et voilà, siamo le zanzare dell’acero. Considerando il risultato abbiamo un altra dimostrazione di come le cose semplici e punk spesso sono le migliori.

A Québec city sono gente ruvida, tutta d’un pezzo. Se vogliono uno snack veloce da mangiare gli basta coniugare lo sciroppo d’acero col secondo prodotto nazionale canadese: la neve.  Voglio dire, che altre ricette conoscete a parte qualche cocktail improvvisato in cui si usa la neve???

!! Salsiccia di pesce !! (betaversion 1.0)

Gennaio 26, 2007 by flavioponzio

Qualche tempo fa è passato da casa nostra il Comandante. Arrivava dritto dritto dal laboratorio magico con un nuovo esperimento culinario appena preparato e da testare.
La spiegazione? Avevo del budello di maiale lì avanzato e l’accostamento cromatico del tonno rosso e il merluzzo bianco mi ha acceso la lampadina.
Ecco perché una salsiccia di pesce. Ben consapevoli della solennità del momento, dell’importanza sul piano storico del nostro gesto, e di tutte le implicazioni etiche e perché no estetiche della questione, si è acceso il gas e proceduto senza indugio al collaudo.

Cucina Molecolare

Gennaio 25, 2007 by flavioponzio

L’altro giorno ero dalla mia dentista in sala d’attesa, aspettando il mio turno colmo di fatalismo.
Considerato che dal dentista uno ci va per farsi guardare in bocca, è sconveniente presentarsi ciucchi a causa dell’alito, idem per l’idea di andarci fusi come coccodrilli reggae. Niente da fare, o prendi un calmante (mossa stupida) o ci vai sobrio e terrorizzato.
Ero lì che mi gingillavo con le riviste da un milione di dollari che trovi sempre dalla mia dentista da un milione di dollari, e leggevo di vacanze e viaggi da milionari e grandi chef per nuove grandi tendenze. Mentre il mio stomaco si ulcerava di paura per l’imminente otturazione (la chiamano otturazione ma prima viene la trapanazione, non scordiamolo) mi cade l’occhio sulla moda culinaria del momento pinzata tra due pubblicità di orologi da milioni di dollari.
Cuisine moleculaire, cucina molecolare.
Leggo che i grandi grandissimi chef stanno esplorando nuove frontiere del gusto alla ricerca di sempre nuovi sapori e aromi, di tecniche di cottura innovative dal punto di vista nutrizionale, rivoluzionarie dal lato fisico-chimico.
Quel che è successo dopo è troppo nero da rivangare, ricordo solo che chiamano il mio nome e mi ritrovo sdraiato su un lettino cyberpunk pieno di bracci robotici mentre un orribile mano di dentista siringata si avvicina alle mie gengive.
E poi luci abbaglianti, suoni ovattati, urla nella notte.
Più tardi, davanti al monitor, fumo una sigaretta con metà faccia, parlo con metà faccia e sorrido con metà faccia. L’altra metà è paralizzata dalla tripla iniezione anestetica che mi sono fatto somministrare sul lettino nazista. Sono tre ore che sono uscito e ancora non passa, se provo a bere un bicchier d’acqua devo stare attento a non sbrodolare che non controllo metà bocca. Che tristezza.
Vago su internetto, e scopro con disappunto che la cucina molecolare ancora non è una scuola, una filosofia, un paradigma. Niente, macchè. Niente piu di un intuizione, una direzione verso la quale tendere, un idea.
Online ci sono gli stessi dieci articoli tutti ispirati uno dall’altro con gli stessi tre piatti riportati come esempio. Tutti rivendicano la paternità dell’idea. Dalla Francia all’emilia e allora se ancora non ci sono testi sacri o uniche vie da percorrere, c’è spazio per improvvisare, per manovrare e sperimentare.
La lingua mi passeggia sui molari feriti, indugia sulla mia fresca otturazione mentre riordino le idee. Un salto al supermercato sotto casa e una corsa all’università di chimica, a trovare il mio esimio collega nel suo laboratorio color gialloneonstanco tra le sue polveri e i suoi polimeri.
Arrivo mentre beve caffè della macchinetta sulle scale antincendio del laboratorio. Ciao vecchio, oggi si cucina molecolare, dobbiamo emulare i grandi chef di francia.

Impostiamo una scenetta becera per sviare due borsiste che proprio non ce la fanno a farsi i vetrini loro, gli contiamo una cazzata e guadagnamo la privacy richiesta per questo genere di esperimenti.
Che di solito richiedono un agitatore magnetico e 4 tuorli messi a montare con 150 grammi di zucchero. Sempre seguendo importanti norme di sicurezza per l’ambiente di lavoro e indossando un camice bianco prestatomi all’occorrenza, allungo il composto con 150 ml di panna e 250 di latte intero. Metto al palo l’agitatore magnetico e lascio che la brodaglia si monti di nuovo un po’.
A questo punto ci vorrebbe una macchina del gelato che in 25-30 minuti trasforma il tutto in squisita crema.
Guardo il mio amico negli occhi: se funziona per togliere le verruche…
Con rullo di tamburi apriamo il thermos criogenico e rovesciamo una litrata di azoto liquido a –196 gradi sul nostro brodino, l’azoto sublima al volo e in 25-30 secondi otteniamo un gelato perfetto, diabolicamente cristallizzato e incredibile e dirsi e a provarsi, non ghiacciato. Non fa male ai denti nonostante la spumosità totale e l’incredibile resa in volume. Il segreto è nel congelamento istantaneo del liquido. Si formano microcristalli da 8 micron, così piccoli che non trasmettono la sensazione di freddo che confonde i gusti.
Il miglior gelato del mondo, mentre il ricercatore indiano ci dice in inglese that_icecream_is_great_never_tasted_nothing_like_this_mmmmmmmm_mm_m
tuffiamo spicchi di arancia e mela nell’azoto liquido per poi ritrarli croccanti come appena fritti.
Altro che polimeri e plastiche, qui si gode come checche in un bagno turco.
Mentre l’onda dell’entusiasmo ci porta ad ignorare una dopo l’altra tutte le norme di sicurezza antinfortunio, mentre misteriosamente spuntano fuori due bottiglie di spumantazza avanzate dall’ultimo congresso, è ora di misurarsi con la cottura ad alcool delle uova. Cito testualmente dalle fonti: l’alcol ha il potere di coagulare le proteine dell’uovo senza alterarne il sapore e si può così ottenere un uovo solido come se fosse cotto mantenendogli la leggerezza e i sentori del crudo.
Mitico
Il professore di ruolo benedice questa nuova ricerca sul campo versando un goccio di azoto nello spumantino che per magia si fa sorbetto e pure buono a onor del vero.
Chiaramente noi si usa solo il top, quindi optiamo per una cottura delle uova nell’etere puro.
Mentre il tutto caglia nel nuovo superesperimento di uovo sodo crudo, impostiamo un mix di zuccheri a base di glucosio.
Sembra che friggere nello zucchero sia il massimo del massimo:
…Si può cuocere il pesce in una miscela di zuccheri fusi, anziché nell’olio, e scoprire che il nuovo “liquido di frittura” dimezza i tempi di cottura e che la sua densità e viscosità permettono di trattenere l’umidità all’interno del pesce. Perché non sia dolce, basta avvolgerlo in due foglie di porro…
Ci spostiamo sotto la cappa da laboratorio, quella che aspira i vapori velenosi come un buco nero e al posto del porro usiamo foglioloni di vite di quelli grossi che ci si avvolge di solito il pecorino romano. Per controllare la temperatura utilizziamo un termometro digitale al laser che non sgarra di mezzo grado e friggiamo nel glucosio-saccarosio del laboratorio delle sardine celestiali che richiamano di nuovo l’indiano che sbuca famelico con occhi da gatto, ci aveva lasciati un po’ intristito per una reazione in sospeso quando ha visto che trafficavamo con alcool e uova (è indiano musulmano).
Et voilà la cucina molecolare, grande nuova moda da ristorante importante. Nuove frontiere a metà strada tra salutismo e ghiottoneria, tra fisica e chimica: come i materiali che studiano nel bunker al neongiallo.

Tornato a casa sazio e pago, guardo con affetto il mio vecchio microonde che da quando è nato è stato sempre la pecora nera della cucina, emblema del cibo trash e del connubio freezer-piatto senza passare dai fornelli.
In fondo lui è il capostipite della cucina molecolare, come le avanguardie artistiche è talmente avanti che ancora nessuno lo ha capito.

Come si mangiano gli spiedini nel mio quartiere

Ottobre 25, 2006 by flavioponzio

Di fianco al negozietto dei dvd taroccati c’è la tappa obbligata al ristorantino musulmano che fa spiedini atomici.
E’ sullo stesso lato della strada del supermercato e della banca quindi non c’è scampo.
Non puoi resistere a quegli spiedini di agnello infuocati. Si sciolgono in bocca (o è la tua bocca che si scioglie?)
Il mio amico Hart non scherza quando dice che a casa sua mangiano piccante.
Anche al ristorantino -che erano dei tipini tosti- lo guardavano con un certo rispetto.

Badachu-Lu (Pekino), luglio 2006.

Digestione Analgesica

Ottobre 25, 2006 by flavioponzio

Il cielo è bianco sporco, manca di profondità. Il mondo potrebbe finire sospeso un metro sopra i tetti delle case.
Puzza di diesel e freddo umidiccio entrano dalla finestra. Clacson e scorregge di motorini la colonna sonora.
Sono attraversato da circuiti di nevrosi.
Questo pomeriggio cittadino, autunnale all’euro4  mi opprime così tanto che reagisco d’istinto e corro in cucina.
Ci vuole l’effetto analgesico di una digestione ad alta intensità.
Mi guardo intorno, apro il frigo e visualizzo il contenuto,catalogo gli articoli nuovi, aperti o mezzi appassiti. Perquisisco la dispensa, valuto, perizio.
Chiudo gli occhi, inspiro a lungo e metto insieme i pezzi.
Dietro lo zucchero e la farina ho intravisto del pancarré. Nella porta del frigo c’eran due uovi timidi e soli. Insieme ai formaggi una mozzarella.
In una scatola che ho rinvenuto del pangrattato quasi scaduto.
Il latte non manca mai, quindi il puzzle è completo.
Si accende la famosa lampadina.
Ecco cosa può colmare questo alienante senso di vuoto. Un piatto la cui digestione occupi tutte le mie energie fisiche e perché no mentali.

Ingredienti per la Mozzarella in carrozza:
1 mozzarella (tipo quelle di plastica in busta singola 125gr scolate)
8 fette di pancarré
2 uova
pangrattato
olio per friggere
latte

Prendo le fette di pancarré e le bagno da entrambi i lati nel latte. Scolo
Taglio la mozzarella in quattro fettine sottili e le uso per riempire i quattro panini di pancarré
Sbatto le uova da averle omogenee e ci immergo per bene un panino per volta in modo che sia fradicio anche sui lati sennò non incolla.
Impano ogni panino nel pangrattato e opero digitopressioni nei punti interstiziali con cura nipponica in modo da far aderire per benino il tutto. (qui sta il goal dell’intera operazione, se si aprono hai fallito)
Prendo i panini impanati e li friggo in abbondante ma dico abbondante olio molto caldo. Si tratta di saldare, non di cuocere. La mozzarella si scioglie comunque in un attimo.
Quando sono abbronzati li giro e faccio colorare anche il B side.
Asciugo l’unto in eccesso, aggiungo il sale e servo belle calde le mozzarelle in carrozza.

Ne ho preparate tre perché alla quarta di solito stramazzo e non voglio sprechi. Però non ho potuto esimermi dal fare l’infame pallina con l’uovo e il pangrattato avanzati e poi fritta nell’olio gia un po’ stanco.
Le mangio fumanti e leggermente pepate, ad occhi chiusi.
la prima mi pare di aspirarla, mi scivola in gola quasi senza masticare.
La seconda ne apprezzo il gusto, la consistenza, mi tolgo anche la maglia, bevo un sorso d’acqua.
La terza mi fa sudare, e avverto improvvisamente un senso di pace e di stanchezza quando indugio sul polpettino degli avanzi, straunto, fatale.
Dalla strada non arrivano più urti ma suoni ovattati, e nella quiete sento tutto il sangue del mio corpo defluire intorno a stomaco e intestino, e la testa mi si fa pesante.
Guardo fuori a un metro sopra i tetti il cielo che si è ingrigito. Forse pioverà.
Ho come voglia di infilarmi sotto un plaid, semiorizzontale, a sonnecchiare.
Perché va tutto bene.

Lavastoviglie

Ottobre 18, 2006 by flavioponzio

Il mio amico Max mi sta spiegando la sua politica riguardo ai vestiti nuovi che si compra.

Tutto quello che non conviene lavare in lavatrice lo vende usato dopo una volta che l’ha messo.

Compra al mercato per 5 euro, indossa una volta e rivende per 7 euro.

Questo era un esempio.

Le cineserie tessili non costano nulla, le tintorie italiane si. Fai due piu due.

Mi dice che la stessa stupida maglietta pulita della bancarella, acquista valore stropicciata e macchiata. La gente che ci piace vestirsi di usato apprezza che lui la roba gliela venda sporca

Da’ questa forte impressione di vero, di reale.

Ma mica so’ macchie virtuali mi dice, alcune sono indelebili come la mia fede juventina dice. È romano, neanche a dirlo. Sua madre comprava il thè in bustina e dopo averlo usato rompeva le bustine lo asciugava e lo rivendeva sfuso in barattoli. E’ figlio d’arte.

Mi dice tutto questo mentre scarica la lavastoviglie ancora fumante di vapore del lavaggio.

I piatti e i bicchieri puliti sono caldissimi ed è difficile tenerli in mano.

Poi tra le stoviglie lavate sbuca un tupperware tutto appannato. Mi guarda sorridendo e mi fa, ecco il pranzo, bello caldo.

Incredulo tolgo il coperchio di gomma e vedo placide due orate in umido che mi fanno l’occhiolino mentre un balsamico profumo di salvia e capperi si solleva nell’aere.

Mi dice è solo una questione di polivalenza. Mi prende per una spalla, ma lo sai a che temperatura è l’acqua della lavastoviglie? Ci puoi cuocere un botto di cose mentre lavi i piatti.

Ci puoi scaldare il pranzo. Puoi sodarci le uova.

E’ la micro cogenerazione capillare che ci salverà amico, non il teleriscaldamento.

Lo guardo attento, non voglio perdermi neanche una parola. 

Lui pulisce il pesce e si asciuga le mani nei pantaloni, sorride e mi fa domani questi li vendo a 10 euro, hanno addosso tutto il fascino del porto.  

BuoniBenzina (testimonianze dal futuro presente)

Ottobre 9, 2006 by flavioponzio

Nessuno voleva i buoni benzina.

Sempre più spesso infilavano quei blocchetti all’interno della cosidetta retribuzione.

Di solito facevano capolino nelle tristi buste paga al posto di un aumento vero e proprio.

Conviene a te, conviene a me.

C’erano meno soldi in giro e i Buoni sembravano la cartamoneta argentina dei tempi d’oro, quei biglietti che il regime emetteva in stile tipicamente editoriale: valevano la settimana corrente, poi potevi incartarci il pesce.

La maggior parte delle persone cercava di giocarseli come chance di valuta, cercando di pagare coi buoni carburante ma dalla reazione della gente, sembrava fossero radioattivi, che dico, sembrava di pagare offrendo in cambio merda.

Andavi dal panettiere, allungavi timido un deca dell’agip e quello ti guardava storto.

Erano l’unica cosa che si svalutava più in fretta dell’euro per un geniale meccanismo economico a effetto centrifugo.

La chiamavano crisi petrolifera.

Qualche anno prima con un buono agip si andava in giro una settimana, ora potevi cercarci parcheggio o al limite cambiarlo per un kebab.

I buoni pasto servivano per il pagamento di qualunque forma di lavoro strordinario, retribuzione eccezionale, rimborso spese, premio aziendale.

I contratti venivano ritoccati allo scadere con aggiunte di blocchetti di buoni di diversi tagli o col licenziamento.

Less money less troubles, come recitava la nenia dei commercialisti suicidi.

Coi buoni pasto si andava anche in vacanza, sennò gli alberghi avrebbero chiuso.

I buoni pasto li prendevano in farmacia.

Vennero coniati speciali buonini, di piccolo taglio. per dare i resti senza dover scrivere complicate e contraffabili ricevute, e senza correre il rischio di smollare i dobloni, tutti ancora così attaccati al concetto di Moneta.

Proprio in quei giorni, gli ex-operai Fiat più intraprendenti si organizzavano nel nuovo Consorzio per la gestione dei Premi-bollini.

Una massaia oculata poteva ricaricare il venti per cento dei soldi spesi al supermercato investendo bene nei bollini. L’idea era stata partorita dal ministro del tesoro nell’ambito del Progetto per supportare l’economia domestica delle famiglie: un vademecum omnicomprensivo dal titolo:

“cacciatori-raccoglitori, adattarsi all’ambiente nell’era post-industriale”.

La seconda release, includeva anche il saggio di microeconomia “come aprire un sushi bar con una sovvenzione ONU”

I bollini avevano più corso legale dei soldi di carta ma sapevano di vecchio west: i premi erano fino ad esaurimento scorte,e per l’appunto più che di un amministrazione ritiro regali si trattava del racket della consegna premi. Se vincevi il servizio da dodici, tre piatti al consorzio degli ex-operai. Oppure potevi lasciargli tutto il servizio in conto vendita per la metà del valore di mercato rimborsata sull’unghia con comodi buoni benzina. In pratica corsi avanzati di matematica finanziaria per le massaie e buoni margini di profitto per il consorzio.

I crediti telefonici erano gestiti da operatori finanziari specializzati in inside trading e nichilismo economico.

Un bravo broker, aprendo contratti sempre nuovi per sempre nuove compagnie e approfittando delle offerte, poteva accumulare piccole fortune in buoni telefonata, da spacciare al dettaglio nei phone center più mafiosi. Se volevi telefonare in amazzonia alla tua famiglia conveniva quel cellulare a microonde più delle carte prepagate.

Una compagnia telefonica poteva decidere in un solo giorno di regalare milioni di euro di telefonate omaggio a scopo di marketing. Contrattate e rivendute erano pere inflazionistiche che entravano in circolo con effetti da diabete bancario.

La benzina non la voleva più nessuno. Costava troppo

Gli zingari capirono qualcosa e invece di continuare a vivere nella monnezza incominciarono a farci il business, differenziando e rivendendo. Poi si accorsero che la gente buttava via roba che ancora funzionava e a quel punto fu mercato: diventarono ricchissimi in un attimo e incominciarono quasi subito spararsi con gli Import cinesi che dicevano le discariche sono un bene tornate al vostro paese zingari di merda. L’effetto secondario fu una spaccatura in più fazioni all’interno del partito xenofobo su quale gruppo etnico fosse più odioso e pericoloso e quale più docile e ammaestrabile. Ci fu pure qualche genio del male che ipotizzava una mescita di armi a una delle due fazioni in campo, per accellerare l’estinzione dell’altra, con trepido piglio  fascista da intelligence Usa.

La benzina non la voleva più nessuno.

Padri di famiglia bruciavano stop e semafori pur di farsi ritirare la patente, al meglio il sequestro del mezzo. Per non pensarci più.

Per non avere più scelta tra macchina o cibo e arrendersi finalmente alla collettività, magari svendendo buoni parcheggio sui tram stracolmi di neopedoni.

Il sistema era così alle pezze che per rilanciare i consumi le Grandi Case si erano lanciate nella “politica di vendita totale”: qualunque tipo di prodotto immaginabile era recapitato a domicilio senza sovrapprezzo pagabile in comode rate con il primo mese di prova che senontipiaceecambiidea selovengonoariprendereloro.

I più furbi si abituavano a trattare benissimo le cose che avevano in casa e a cambiarle una volta al mese. Chi proprio non ce la faceva a conservare imballo, scontrini e garanzia si meritava di pagarle.

In quasi tutti i benzinai  facevi il pieno gratis se rottamavi una bicletta, purchè avesse tutte e due le ruote e manubrio. Poi si scoprì che i cinesi vendevano biciclette a meno del prezzo di una pizza e interruppero l’offerta rottamazione cicli.

Ogni prodotto acquisito ti includeva in una calorosa famiglia sempre presente. Newsletter periodica, catalogo a casa, offerte telefoniche, cartoline e auguri di compleanno col nome scritto a penna da un vero computer strabico.

La tua famiglia degli amanti del pane, la tua famiglia di bevitori di acqua frizzante, la tua famiglia di ascoltatori di musica sony.

I buoni pasto li accettavano anche da ikea ma il resto era dato in BCI di piccolo taglio (buoni credito ikea), per ogni acquisto un gatto in omaggio.

                     -Bastava solo riempire il modulo coi propri dati- 

Seccone Tunisino

Settembre 23, 2006 by flavioponzio

 

Il Seccone Tunisino è un pasto completo. Praticamente in ogni località del paese potrete imbattervi in un ristorantino all’aperto o una semplice bancarella mobile che lo serve. E molto probabilmente il 70% dei tunisini che non tornano a casa per la pausa lavoro si nutre di questo azzardo della deglutizione. Il sostantivo “seccone” si deve all’ingrediente principale: petto di pollo arrosto.

Il massimo del secco, la vetta dell’asciutto.

Sotto il sole di agosto, con 45 gradi all’ombra, può restare un po’ coriaceo e deve essere addomesticato con abbondanti liquidi ma questo non lo rende meno attraente agli occhi di un affamato, o di un uomo solo. 

Ingredienti:

1 pagnotta fresca di pane comune e forma allungata.

1 hg di petto di pollo arrosto

patatine fritte (vanno benissimo quelle di ieri)

1 uovo

harissa

peperoncini verdi freschi (4-5)

cipolla bianca (forte)

maionese

a piacere un formaggino (di quelli nella stagnola a forma di spicchio triangolare)

Preparazione:

Riesumate il vostro pranzo raccattato al girarrosto di due giorni fa. Siccome non avevate la maionese per ingentilirne il petto, l’avete lasciato lì a intristirsi. Niente paura.

Tagliate a metà la pagnotta e mettetela a scaldare (sul gas, in forno, nel tostapane, sul computer, tra le sbarre del termosifone…)

Fate il petto a striscioline e scaldate anche quello senza aggiunta di grassi (l’ideale è il microonde, sennò una piastra, una lampada alogena, il computer ecc ecc)

In una padella friggete delle patatine senza asciugarle e un uovo all’occhio di bue (immerso nell’olio da frittura si gonfia come una pietra pomice, è normale)

Fate a pezzetti molto piccoli la cipolla e i peperoncini freschi e cercate di non mettervi le dita negli occhi o il resto della preparazione sarà condito di bestemmie. E Hallah non gradirebbe.

Impastate il pollo con un po’ di maionese. Spalmate l’interno della pagnotta di uno strato di harissa (una salsa rossa a base di aglio e peperoncino) e riempitela col pollo, i peperoncini e la cipolla, l’uovo ben cotto e le immancabili patatine fritte. Se siete di quella parrocchia, potete spalmare sull’harissa il formaggino triangolare prima di versare il tutto.

Chiudete alla bene e meglio il singolare panino e buona fortuna.  

Il seccone tunisino ha grandissimi pregi e ben pochi difetti. A meno che non siate sensibili ai gusti atomici, l’harissa e il peperoncino non dovrebbero disturbarvi. Il pollo arrosto nutre bene ma spesso il petto rimane languido nel frigo ad aspettare il prossimo attacco di bulimia cieca che se lo porti via.

Le patatine fritte sono un componente obbligatorio di tutta la cucina maghrebina contemporanea, rigorosamente da bustona surgelata. Puro substrato inerte di amidi e olio nel boccone infuocato del seccone. L’uovo all’occhio è come un bel paio di jeans, sta bene con tutto. E’ nutriente e non costa nulla, un vero evergreen dei platos combinados di mezzo mondo.

Tutto ciò potrebbe essere più semplice da ingerire sdraiato per bene su un piatto. Ma questa è roba che si mangia in piedi, per strada. Il seccone ustiona per il caldo, picca come il fuoco, intoppa con il pollo, lenisce con la maionese, disinfetta con l’harissa e vi coccola col formaggino.

E’ un esperienza.

Catartica.

Iniziatoria.

Io ho sempre avuto lo stomaco poco capiente e tutti i santi giorni non riuscivo a finire il mio seccone con doppio formaggino. Noialtri si viaggiava in otto su un furgone sotto il sole impietoso. Arrivavamo verso le due di pomeriggio in quelle che sembravano città fantasma. Non un anima per strada, tutti al riparo dal caldo. Si cercava il primo posto e si pranzava col seccone locale che differiva sempre pochissimo dalla ricetta classica; il massimo delle divagazioni erano dei pomodori a cubetti ogni tanto, qualche strana salsina locale.

Non abbandonavo mai il mio seccone. Sarebbe stato orribile.

Lo chiudevo bene dentro un doppio scottex e me lo mettevo nella tasca dei pantaloni. Ne avanzava sempre un buon terzo. Lo mangiavo poi durante il pomeriggio o il giorno dopo a colazione.

La tasca puzzava d’aglio e si era formata una chiazza rossastra sul davanti. A volte l’involto s’impanava di tabacco o gattini di polvere, a volte s’insabbiava un po’. Ricordo un pezzo di seccone del giorno prima mangiato in un palmeto, vicino a Tozeur. Era un po’ inguardabile ma avevo parecchia fame, lo mangiavo a piccoli morsetti, come uno scoiattolo e intanto dispensavo briciole alle formiche e agli altri insetti.

Ricordo che c’era uno scarafaggino buffo che imbracciava un pezzo di pollo come fosse un contrabbasso.

e una strana dolce musica frusciava tra le palme e il cielo.

CHORRILLANA (ricetta tipica di Valparaiso, Chile)

Settembre 19, 2006 by flavioponzio

Quando arrivai a Valparaiso su di un microbus scassato, mi ero lasciato alle spalle le follie alimentari di casa di Jackie e Pedro a Santiago.

La città stessa ti ungeva di una spiccata attitudine culinaria punk.

A Santiago e in Chile in generale, le empanadas per esempio sono fritte, non al forno come le piccole delicate lunette argentine. Macchè, delle panelle grusse e violente, deep fried.

La mia preferita era l’empanada queso y mariscos (formaggio fuso e frutti di mare, in genere machas che sono dei vongoloni grossi come polpette). Un paio di empanadas così e io sono a posto per tutto il giorno.

Il micro fermava in una stazione degli autobus proprio sula via principale e all’aprirsi delle porte entrava aria di mare, anzi di oceano.

Valparaiso, per la prima volta guardavo il Pacifico e lo facevo dal molo del porto più importante del Sudamerica. Se mi giravo indietro, verso terra, potevo vedere l’imponente cornice delle case costruite sulle colline ripidissime intorno al centro della città, i 15 ascensori di inizio secolo che portavano la gente su e giù dai diversi livelli delle strade, il mercato coperto vicino agli attracchi dei pescherecci.

Oltre al porto commerciale, gli ascensori, la casa di Neruda sulla collina e altri luoghi storici, Valparaiso è famosa per un suo piatto tipico che a dispetto di quel che si possa pensare, non contempla nè pesce nè molluschi.

Girando per le vie del centro, se si è un po’ accorti, si può trovare un vecchio ristorantino minuscolo e, a quanto pare, storico. Qui dentro è nata la Chorrillana, pensata per gli studenti di Valparaiso senza un soldo in tasca ma con grande, grande,

grande fame.

Di fronte a questi presupposti l’illuminazione punk deve aver colpito l’uomo giusto, nel ristorante giusto come dimostrano i muri del locale che sembra ormai una specie di bazar, completamente ricoperto di scritte, incisioni, graffiti, fotografie e soprammobili e quadri regalati o barattati da svariate generazioni di affamati che si sono dati da fare ai tavoloni del “J Cruz” sbranando piattoni di Chorrillana.

 

Ingredienti: 

1 kilo di patate

½ kilo di cipolle

½ kilo di carne tagliata a striscie

2 spicchi d’aglio

2 uova

Olio, sale, origano

Vino bianco a piacere.

 

Preparazione:

Lavate pelate e tagliate le patate a bastoncini (o come più vi aggrada), friggete e aggiungete il sale.

Sbucciate le cipolle e tagliatele a fettine, saltatele con olio aggiungendo l’aglio e l’origano

Quando la cipolla imbiondisce, unite la carne precedentemente saltata in padella e già salata.

Finite di cucinare cipolla e carne, a piacere aggiungete del vino bianco.

Strapazzate le uova e unitele al resto degli ingredienti.

In un piatto grande fate un monticello con tutte le patate e rovesciateci sopra la mescola di carne uova e cipolle.

La Chorrillana è una pietanza comunitaria, tutti mangiano dallo stesso piatto.

 

Quel giorno faceva un caldo importante, umido ma ventilato. Avevo già visitato la casa di Neruda in mattinata e camminato per un bel po’ di kilometri a zonzo per la città. Nonostante il clima avevo una fame bieca, proprio come i famosi studenti che anni prima, avevano ispirato gli chef del J Cruz.

Ricordo bene la meraviglia e il senso di beata abbondanza di fronte a un piatto per due (porzione singola = piatto per due, ricordatevelo) di Chorrillana bella calda.

C’era tutto: un mare di patate fritte ricoperte di cipolla e carne e brandelli di uova, insaporito dall’aglio e dal vino. Perfetto per lo sbrano furioso, gustoso e proteico. Mentre mi buttavo in bocca bocconi troppo grandi non potevo fare a meno di apprezzarne anche la squisita e sincera anima punk. Un piatto semplice, economico, violento e arruffato. Anticonformista nel Chile peschereccio e zuppiero, difficile da dimenticare, non facile da digerire.

  …Una cama de papas fritas, huevos revueltos con cebolla y carne picada entregan el jugoso sabor que se luce en este lugar de bohemia que se pasea entre Carlos Gardel y Leonardo Favio… 

…La “Chorrillana”, que no tiene nada de marino, es un cerro de papas recién fritas en cuadritos, sobre la cual se posa en armoniosa compañía abundante cebolla frita, huevo revuelto y trocitos de lomo de vacuno frito…

 

 

EARLY MORNING (frullato da colazione)

Settembre 18, 2006 by flavioponzio

La colazione viene acclamata da nutrizionisti e dietologi di tutto il mondo come il pasto fondamentale della giornata. Fin da quando siamo bambini ci viene insegnato il valore sacro del mangiare bene la mattina presto, prima di iniziare una lunga giornata di studio o di lavoro.

Caffè, latte, cereali, ciambelloni, focacce e croissant, toast, spremute. Che sia dolce o salato, il risveglio del campione deve essere consistente e abbondante, per assicurarci l’energia necessaria ad affrontare una dinamica mattinata.

Purtroppo col passare degli anni e il modificarsi delle abitudini, la deriva dei ritardi e dei tempi sempre più stretti porta gradatamente alla compressione del momento di ristoro, fino all’abbandono quasi totale del gesto, secolarizzato simbolicamente nella famosa tazza di caffè sulla porta di casa.

C’è poi un altro fenomeno altrettanto triste che impedisce il quotidiano svolgersi del pasto mattutino: l’incapacità per molte persone di ingurgitare alcunchè di solido fino alle prime ore del pomeriggio, sia questo dovuto a quel tipo di stanchezza cronica micidiale e annullante che chiude lo stomaco, sia per abitudini alimentari sbagliate o per eccessivo abuso del proprio fisico nel tempo rubato al sonno, la notte.

L’Early morning nasce dalla considerazione di queste due realtà della vita moderna. E dal mio amore per il frullatore.

Ingredienti:

½ litro di latte intero

2 banane mature

1 cucchiaino da caffè di ginseng in polvere

2 cucchiai di miele

2 cucchiai di marsala secco

Preparazione: frullate il tutto a velocità luce. Bevete.

Nonostante alcuni detrattori accusino l’Early morning di avere pesanti effetti lassativi, non ci sono interazioni accertate tra la sua assunzione e un normale e vivace riflesso gastrocolico mattutino.

Questo milkshake d’assalto porta con se tutto quello di cui il corpo umano necessita per un buon risveglio. Zuccheri, saggezza cinese, un mattone di amidi crudi che terranno impegnato lo stomaco fino all’ora di pranzo e tutta l’energia e le proteine del latte.

La forma liquida minimizza lo scomodo esercizio della deglutizione.

Il tempo di preparazione si aggira sui 50 secondi.

Un must.